Guerra istituzionale
“Processo stalinista” (col morto). La versione di Mannino su Palermo
“O la magistratura recupera la sua capacità più autentica di gestire la giurisdizione, o siamo alla giustizia tribale, ai tribunali del popolo”, dice Calogero Mannino quando gli si chiede se si sta combattendo una orribile guerra nell’asse tra Roma e Palermo, un conflitto politico che ha ormai tracimato da ogni argine di decenza, una battaglia che più niente ha a che vedere con la ricerca della verità sulle stragi di mafia. L’infarto che ieri pomeriggio ha stroncato a sessantaquattro anni la vita di Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale, è dunque precipitato drammaticamente su un clima di guerra totale.
10 AGO 20

“O la magistratura recupera la sua capacità più autentica di gestire la giurisdizione, o siamo alla giustizia tribale, ai tribunali del popolo”, dice Calogero Mannino quando gli si chiede se si sta combattendo una orribile guerra nell’asse tra Roma e Palermo, un conflitto politico che ha ormai tracimato da ogni argine di decenza, una battaglia che più niente ha a che vedere con la ricerca della verità sulle stragi di mafia. L’infarto che ieri pomeriggio ha stroncato a sessantaquattro anni la vita di Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale le cui telefonate con Nicola Mancino sono state oggetto di una potente campagna mediatica, è dunque precipitato drammaticamente su un clima di guerra totale, su uno scontro violento e dalle sfumature torbidamente politiche tra organi dello stato, tra una parte della magistratura e le istituzioni. Se il Quirinale ha reagito al lutto con un j’accuse fragoroso e inusuale, notevole è anche il commento del pm Ilda Boccassini: “D’Ambrosio ha salvaguardato l’integrità della magistratura, eppure è stato oggetto di attacchi ingiusti e violenti”. “Questi sono gli ultimi fuochi”, dice Mannino, “siamo pericolosamente sospesi tra una possibile resipiscenza, anche da parte della magistratura storicamente più militante, mi riferisco a Md, e uno scenario orribile… Potrei citare la rivoluzione francese, o i fatti tremendi del nostro Dopoguerra, quando ciascuno si faceva giustizia da sé. Quello di Palermo è un processo stalinista”.
La morte di D’Ambrosio, bersaglio di violente insinuazioni a mezzo stampa, segue di qualche giorno le richieste palermitane di rinvio a giudizio per la storia della trattativa stato-mafia che hanno riguardato Mannino ma anche il generale Mario Mori, Marcello Dell’Utri, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La morte di D’Ambrosio segue di un solo giorno l’apertura da parte del Csm di un fascicolo finalizzato al trasferimento d’ufficio del procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, amico di Antonio Ingroia, il magistrato che il 19 luglio scorso, commemorando la strage di via D’Amelio, si era rivolto pubblicamente, con una lettera, al defunto Paolo Borsellino. “Caro Paolo – scriveva Scarpinato – più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi. Stringe il cuore vedere in prima fila, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere”. Un attacco diretto ai rappresentati delle istituzioni – quel giorno stesso, Salvatore Borsellino, il fratello del giudice, ha chiesto la messa in stato d’accusa per Napolitano – che ha spinto il professor Nicolò Zanon, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, a sollevare serissimi dubbi di opportunità intorno alle parole di Scarpinato. “Ogni magistrato, come ogni uomo, ha un suo orientamento culturale. Io non contesto a Scarpinato le sue idee, ma ho qualche dubbio sulla sua serenità di giudizio”, dice Mannino. Dunque è una guerra, combattuta con il complemento operoso dei gazzettieri delle procure, gli araldi d’una ideologia giudiziaria che secondo molti, con la sponda parlamentare di Antonio Di Pietro, mira a indebolire in questa delicatissima fase il Quirinale, nella figura di Giorgio Napolitano.
Napolitano ha appreso della morte di D’Ambrosio a pochi minuti dalla partenza per il suo viaggio di stato in Inghilterra, ma ha voluto subito, con urgenza, malgrado il poco tempo, far conoscere il suo pensiero. Questo: “Esprimo atroce rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto”. Il presidente della Repubblica ci ha messo il ricarico, le sue parole sono durissime e inequivocabili: “Una campagna violenta e irresponsabile” contro le persone fisiche, contro le istituzioni che queste rappresentano, e dunque, in definitiva, contro quello stato che si vuole rendere protagonista di un romanzo criminale, di una riscrittura in chiave delinquenziale della storia istituzionale d’Italia. “Quello di Palermo è un processo stalinista perché mette sul banco degli imputati le vittime, e i carnefici. Tutti insieme”, dice Calogero Mannino. E lui, che prima di essere completamente scagionato, molti anni fa ha subìto anche l’onta della carcerazione preventiva, lo dice con tono di profonda preoccupazione: “Il processo stalinista rende ai carnefici il più grande tributo possibile, quello di avere come coimputati le loro vittime e pure i loro avversari. Perché avversari della mafia furono i carabinieri, e dunque Mario Mori, e avversaria della mafia fu la Dc che nel 1983 mise Vito Ciancimino fuori dal partito. Quella scelta, pericolosa, fu vissuta come presagio del crollo del sistema di potere di Ciancimino. Fu la cornice politica del maxiprocesso portato avanti con tenacia e grande padronanza della tecnica giuridica da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Una scelta arrischiata l’espulsione di Ciancimino che, secondo un racconto di Claudio Martelli, era definito da Falcone “pericolosissimo in quanto interamente mafioso e interamente politico”. Gli avversari di Ciancimino spesso facevano una brutta fine, venivano ammazzati come Piersanti Mattarella, il presidente democristiano della regione Sicilia assassinato a Palermo nel 1980; o come Michele Reina, il segretario provinciale della Dc palermitana ucciso nel 1979.
Cercasi erede di Ingroia a Palermo
Mentre Antonio Ingroia, titolare dell’inchiesta sulla trattativa, si prepara ad assumere il suo nuovo incarico internazionale in Guatemala per conto delle Nazioni Unite, a Palermo, il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, con la sua lettera a Paolo Borsellino, si candida a diventarne l’erede ideale. Il Csm ha aperto un fascicolo a suo carico per il contenuto di quella lettera, come si diceva. Ma “sono fascicoli che si aprono e si chiudono”, sorride Mannino. D’altra parte anche Ingroia è stato per due volte sotto esame ma è riuscito a cavarsela. “Vige una pregiudiziale difesa dei magistrati, il Csm è un organo autoreferenziale”. Qualcuno, prosaicamente, ricorre invece al detto: cane non mangia cane. “Ma devo dire che la cosa più sorprendente è la sortita di Scarpinato in sé”, riprende Mannino. “Con quelle parole, così generiche, scagliate nel mucchio, la lotta alla mafia si trasfigura in qualcos’altro. Diventa strumento di lotta politica”. O forse diventa, si trasforma in politica, e realizza a pieno il paradosso di Palermo e della Sicilia dove il regolatore delle controversie politiche era, ai tempi di Ciancimino, la mafia, mentre adesso rischia di essere l’antimafia; quella chiodata della fantomatica agenda rossa, quella dell’asse con la procura e con il più grande pataccaro del mondo: quel Massimo Ciancimino, figlio “dell’interamente mafioso” Vito Ciancimino, che per le stesse logiche paradossali è oggi legato da un rapporto di solidarietà con Salvatore Borsellino. Il fratello del giudice, con la sua amicizia e i suoi abbracci plateali, gli regala lo stigma del sangue del martire. Così sarà un caso, ma anche no, che nel giorno della commemorazione della strage, nell’Aula magna del tribunale di Palermo, mentre Salvatore e Rita sedevano sulla tribuna della presidenza, il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, commissario della polizia si stato, se ne stava in fondo alla sala, lontanissimo, distante.
Cercasi erede di Ingroia a Palermo
Mentre Antonio Ingroia, titolare dell’inchiesta sulla trattativa, si prepara ad assumere il suo nuovo incarico internazionale in Guatemala per conto delle Nazioni Unite, a Palermo, il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, con la sua lettera a Paolo Borsellino, si candida a diventarne l’erede ideale. Il Csm ha aperto un fascicolo a suo carico per il contenuto di quella lettera, come si diceva. Ma “sono fascicoli che si aprono e si chiudono”, sorride Mannino. D’altra parte anche Ingroia è stato per due volte sotto esame ma è riuscito a cavarsela. “Vige una pregiudiziale difesa dei magistrati, il Csm è un organo autoreferenziale”. Qualcuno, prosaicamente, ricorre invece al detto: cane non mangia cane. “Ma devo dire che la cosa più sorprendente è la sortita di Scarpinato in sé”, riprende Mannino. “Con quelle parole, così generiche, scagliate nel mucchio, la lotta alla mafia si trasfigura in qualcos’altro. Diventa strumento di lotta politica”. O forse diventa, si trasforma in politica, e realizza a pieno il paradosso di Palermo e della Sicilia dove il regolatore delle controversie politiche era, ai tempi di Ciancimino, la mafia, mentre adesso rischia di essere l’antimafia; quella chiodata della fantomatica agenda rossa, quella dell’asse con la procura e con il più grande pataccaro del mondo: quel Massimo Ciancimino, figlio “dell’interamente mafioso” Vito Ciancimino, che per le stesse logiche paradossali è oggi legato da un rapporto di solidarietà con Salvatore Borsellino. Il fratello del giudice, con la sua amicizia e i suoi abbracci plateali, gli regala lo stigma del sangue del martire. Così sarà un caso, ma anche no, che nel giorno della commemorazione della strage, nell’Aula magna del tribunale di Palermo, mentre Salvatore e Rita sedevano sulla tribuna della presidenza, il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, commissario della polizia si stato, se ne stava in fondo alla sala, lontanissimo, distante.